sabato 14 febbraio 2009
lunedì 9 febbraio 2009
LA PRIMAVERA
Quando il Vasari, nel 1568, vide questo dipinto nella Villa Medicea di Castello, lo descrisse come "Un'altra Venere che le Grazie la fioriscono, dinotando la Primavera".La splendida opera di Sandro Botticelli fu eseguita proprio per quella Villa, anche se figura nell'inventario della dimora urbana di Lorenzo e Giovanni, figli di Pierfrancesco de' Medici.
Quando, nel 1476, il loro padre morì, i due passarono sotto la tutela del cugino Lorenzo (il Magnifico ) che li consigliò di comprare la Villa di Castello nel 1477.

La grande tavola raffigura il Regno di Venere, dea che viene collegata alla primavera
e al mese di aprile: posta al centro dell'opera, sovrastata da Amore, rappresenta la virtù dell'humanitas e l'amore spirituale, che possono elevare l'anima fino a Dio e renderla immortale.Le figure mitologiche si susseguono da destra a sinistra ed è infatti da destra a sinistra che, usualmente, si compie la lettura.
La prima cosa che colpisce l'occhio sono due alberi inclinati, che contrastano con tutti gli altri ben eretti: sembra quasi un invito ad iniziare la lettura perché chi piega quei tronchi è il primo personaggio: Zefiro ( Favonio ).Il vento primaverile, con il "soffio della passione" feconda Clori, ninfa dalla cui bocca sgorgano fiori.

Costei si trasforma in Flora dalla veste letteralmente cosparsa di fior
i; Flora, dea della Primavera, rappresenta l'unificazione di princìpi opposti: Castità ( Clori) e Amore ( Zefiro).Al fianco sinistro di Venere stanno le tre Grazie ( le Horae della Primavera ) che, quasi eteree, danzano con leggiadria: Castitas viene iniziata ai misteri amorosi dalle sorelle Voluptas e Pulchritudo; in alto Amore (Cupido) sta per scoccare la freccia della passione in d
irezione di Castitas.Infine troviamo Mercurio che disperde le nubi con il suo caduceo:il suo compito è di svelare i misteri d'Amore.
Le varie specie floreali e arboree sono circa cinquecento e sono rese con estrema precisione botanica, forse anche con l'aiuto della traduzione della "Naturalis Historia" di Plinio: di fiori è cosparso il prato calpestato dai vari personaggi e, tutt'intorno si levano siepi di alloro e aranci.
Le fonti classiche a cui l'artista si ispirò sono sicuramente le "Odi" di Orazio,il "De rerum natura" di Lucrezio , i "Fasti" di Ovidio; attinse anche alle "Stanze per la giostra" del contemporaneo Agnolo Poliziano; il Poliziano in effetti compose la sua opera tra il 1475 ed il 1478, periodo in cui il Botticelli eseguiva "La Primavera".
Tale lasso di tempo non concorda con alcuni critici, che collocano la Primavera tra il 1482 e il 1483.
Dal punto di vista simbolico, si nota che tra le piante ci sono anche il cipresso e il tasso, oltre al melograno e al ranuncolo sulla fronte di Flora, che hanno notoria locazione cimiteriale e quindi vogliono alludere alla morte: questo avvalorerebbe la tesi secondo cui, l'opera botticelliana, ha un significato funebre, in ricordo di Simonetta Cattaneo, amata platonicamente da Giuliano de' Medici e, di Giuliano stesso, ucciso nella congiura dei Pazzi nel 1478 .
Sembra però assurdo che la festosità che si nota nella Primavera, voglia ricordare il senso della morte.
In realtà la maggior parte delle piante e dei fiori dipinti, hanno significati di gioia e di amore, o comunque significati positivi;ne citerò alcuni:
gli aranci sono carichi di fiori e frutti; oltre ad essere frutti del Giardino degli Esperidi, le arance amare sono sacre a Venere e ricordano le pene d'amore, simboleggiano il matrimonio ed infine erano i frutti dei Medici perché somigliano alle palle dorate del loro stemma;
il mirto è sacro a Venere: con questa pianta la dea coprì la sua nudità al momento della sua nascita dal mare ( come ci racconta Ovidio nei "Fasti" ); il mirto è pure un simbolo di matrimonio , amore e desiderio sessuale;
l'alloro simbolo di gloria e di fama.
Alcuni hanno voluto notare che i fiori del prato non sembrano per niente calpestati, nonostante i cinque personaggi, tra cui tre danzanti addirittura: c'è da rilevare che, molto probabilmente, il fatto è dovuto al voler rappresentare il miracolo primaverile nel suo nascere.
Ho voluto parlare della "Primavera" forse nel desiderio inconscio che, la bella stagione finalmente arrivi a sostituire i rigori del'inverno che quest'anno è stato particolarmente tedioso.§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§
Firenze. Galleria degli Uffizi.
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martedì 13 gennaio 2009
NARCISO

Narciso: figlio del dio fluviale Cefisio e della ninfa Liriope. Il suo mito è narrato secondo differenti versioni.
Sicuramente la più famosa è quella narrata da Ovidio nelle Metamorfosi: il poeta dice di lui che è un giovane d' incomparabile bellezza, desiderato da giovani e da fanciulle. Ma lui, incurante di tutti, indifferente alla passione amorosa, si dedica esclusivamente alla caccia trascorrendo le sue giornate in totale solitudine.
Di lui si innamora Eco, una ninfa condannata da Giunone a ripetere le ultime parole udite.
Narciso respinge il suo Amore: rifugiatasi nel bosco, Eco si consuma per amore fino a che di lei resta solo la voce.
Quando un'altra ninfa si innamora del giovane e viene immancabilmente respinta come tutti gli altri pretendenti, questa chiede al Cielo di punire Narciso: il suo desiderio viene esaudito da Nemesi, la dea della Vendetta; un giorno il giovane, stanco per aver cacciato a lungo, si ferma presso una sorgente e, mentre si rinfresca, scopre la propria immagine riflessa nell'acqua: se ne innamora perdutamente.
Rendendosi conto che mai potrà dare il suo amore a quell'immagine, si lascia morire portando così a compimento la vendetta richiesta.
Il suo corpo scompare ed al suo posto nasce un fiore che avrà il suo nome.
Altri narrano che un giorno, chinatosi troppo vicino alla sua immagine riflessa in uno stagno, quasi a baciarla, vi cadde dentro ed affogò: gli Dei, per compassione, lo mutarono nel fiore che porta il suo nome.
Secondo una terza versione, gli Dei lo indussero al suicidio e il fiore nacque dal suo sangue.
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Spesso Narciso viene raffigurato,pittoricamente, tutto solo mentre si specchia in una fonte ; vicino a lui sempre il fiore che reca il suo nome.
Nella sua opera ad esempio, il Caravaggio lo raffigura da solo; secondo me, il sommo artista,sa rendere perfettamente il momento dell'innamoramento : infatti il giovane sembra estasiato di fronte alla sua immagine e pare non possa proprio separarse più: lui e l'immagine formano un tutt'uno, quasi in un abbraccio... tutt'intorno è oscurità, quasi a voler significare che per Narciso oramai non esiste altro che la sua effigie.
Nella sua opera ad esempio, il Caravaggio lo raffigura da solo; secondo me, il sommo artista,sa rendere perfettamente il momento dell'innamoramento : infatti il giovane sembra estasiato di fronte alla sua immagine e pare non possa proprio separarse più: lui e l'immagine formano un tutt'uno, quasi in un abbraccio... tutt'intorno è oscurità, quasi a voler significare che per Narciso oramai non esiste altro che la sua effigie.
Altre volte invece, vicino c'è anche Eco: nel dipinto di Nicolas Poussin, la ninfa è quasi evanescente: questo molto probabilmente per far capire che la poverina si struggeva a d'amore fino al punto di restare solamente "voce".Nell'opera di Poussin c'è da notare la fiaccola che il puttino ha in mano: questa vuol simboleggiare la morte di Narciso: infatti con le fiaccole si illuminavano i cortei funerari e poi si usavano per accendere la pira funebre.
Infine, i fiori accanto al giovane ormai esanime, alludono alla metamorfosi di Narciso.
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Dunque il fiore diventa simbolo di egoismo e di amore per se stessi.
Il significato funerario gli deriva anche dal fatto che lo si credeva un fiore infernale: infatti, Omero, nell'Inno a Demetra ne parla e dice che il fiore fu da Giove creato dalla terra per "compiacere il dio che molti uomini accoglie" cioè Plutone o Ade, dio degli Inferi.
Inoltre in greco, narkissos ha la radice del verbo narkào che significa "intorpidisco, irrigidisco" e quindi dà il senso della morte.
Il significato funerario gli deriva anche dal fatto che lo si credeva un fiore infernale: infatti, Omero, nell'Inno a Demetra ne parla e dice che il fiore fu da Giove creato dalla terra per "compiacere il dio che molti uomini accoglie" cioè Plutone o Ade, dio degli Inferi.
Inoltre in greco, narkissos ha la radice del verbo narkào che significa "intorpidisco, irrigidisco" e quindi dà il senso della morte.

Nell'iconografia cristiana nelle rappresentazioni dell'Annunciazione o del Paradiso, il fiore assume il significato del Divino Amore e della vita eterna che trionfano sulla morte, sull'egoismo e sul peccato; un esempio del Divino Amore ce lo fornisce anche il "Noli me tangere" del Beato Angelico.
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Ancora il fiore lo si trova nelle iconografie di Cesare Ripa quando per rappresentare la Stupidità, ci mostra una donna che accarezza una capra, tenendo dei narcisi in mano e ha una corona di questi stessi fiori in testa: il Ripa dice, proprio sempre considerando la radice greca narke:"il narciso è fiore
che aggrava e balordisce la testa".
Lo stesso Ripa raffigura L'Amore di se stesso con una donna che sul capo ha una corona di vescicaria, in mano un narciso e ai piedi un pavone.
martedì 6 gennaio 2009
LA CAVALCATA DEI MAGI

"Amico mio singularissimo..." così si rivolgeva a Cosimo de' Medici il pittore Benozzo di Lese, meglio conosciuto come Benozzo Gozzoli, secondo l'appellativo che gli fu dato dal Vasari nella sua opera "Vite".Sempre il Vasari racconta che fu discepolo dell'Angelico Fra' Giovanni ( Beato Angelico) .
Lavorò anche a Firenze e, anche se rivalutato soltanto anni dopo, fu tra gli artefici dello sviluppo dell'arte e della storia fiorentina.
Essendo in amicizia con la famiglia Medici, fu su incarico di Cosimo che nel 1459 iniziò la decorazione della Cappella del Palazzo di Via Larga, oggi Palazzo Medici Riccardi, con la Cavalcata ( o Corteo o Viaggio ) dei Magi.
L'opera vuole essere la celebrazione della famiglia Medici, in quanto il soggetto religioso viene usato come pretesto per rappresentare il corteo che arrivò a Firenze da Ferrara in occasione del Concilio ( 1438-1439 ): i Medici si prodigarono affinché ci fosse la riunificazione tra la chiesa latina e quella bizantina,dato che l'imperatore di Bisanzio chiedeva aiuto all'occidente in previsione dell'assedio da parte del sultano turco Maometto il Conquistatore alla citta di Costantinopoli.
In realtà la riunificazione non avvenne, ciò non toglie che l'affresco diede comunque grande
lustro alla casata dei Medici: soprattutto la parete est della cappella vede raffigurata tra i partecipanti al corteo di Gasparre, buona parte della famiglia Medici.
Cosimo de'Medici detto il Vecchio
Piero de' Medici detto il Gottoso padre del Magnifico.

Lorenzo de' Medici detto il Magnifico

Giuliano de' Medici che morirà ucciso nella congiura dei Pazzi

Carlo de' Medici( figlio illegittimo di Cosimo divenuto vescovo di Prato)

Giuliano de' Medici che morirà ucciso nella congiura dei Pazzi

Carlo de' Medici( figlio illegittimo di Cosimo divenuto vescovo di Prato)
Sempre nel corteo di Gasparre sono raffigurati
oltre a numerosi fiorentini illustri, anche

Galeazzo Maria Sforza
Alcuni critici ritengono che il Mago Gasparre sia Lorenzo de' Medici dodicenne, posto tra i due imperatori d'occidente e d'oriente, a significare l'auspicio della famiglia di futuri destini imperiali.
oltre a numerosi fiorentini illustri, anche
Galeazzo Maria Sforza
Il mago Baldassarre rappresenta
l'imperatore di Bisanzio,
Giovanni VIII Paleologo.
l'imperatore di Bisanzio,
Giovanni VIII Paleologo.
Alcuni critici ritengono che il Mago Gasparre sia Lorenzo de' Medici dodicenne, posto tra i due imperatori d'occidente e d'oriente, a significare l'auspicio della famiglia di futuri destini imperiali.
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domenica 21 dicembre 2008
IL MITO DI PROMETEO E PANDORA

Si narra che Prometeo, figlio del Titano Giapeto, modellò l'uomo dall'argilla dandogli sembiante simile a quello degli dei: qui sorge spontaneo il paragone con il modo in cui Dio creò Adamo...
Oltre a creare gli uomini Prometeo volle per loro il bene e perciò, con l'aiuto di Minerva( Atena), rubò il fuoco dal carro del Sole per donarlo all'umanità. Secondo altri accese una torcia dal fuoco che perennemente ardeva sull'Olimpo, altri ancora dicono che lo prese dalla fucina di Efesto(Vulcano). Dopo aver donato il fuoco agli uomini, Prometeo insegnò loro come usarlo per fabbricarsi armi per cacciare e difendersi; con lui impararono a costruirsi case, a modellare vasi e ciotole.
Quando Zeus (Giove), si accorse che gli uomini facevano sempre più progressi, adirato, punì Prometeo:lo fece incatenare ad una roccia e un'aquila ogni giorno si nutriva del suo fegato che, ogni notte ricresceva; così quel supplizio sarebbe stato eterno fino quando, un giorno, Ercole liberò il Titano.
A Zeus comunque quella vendetta non bastava: volle punire anche gli uomini.
Per suo desiderio Efesto modellò una fanciulla con creta e acqua: Atena le diede il soffio vitale.Pandora fu istruita nelle astuzie ed inganni da Ermete ( Mercurio ) e nell'arte della seduzione da Afrodite; poi, vestita d'argento e inghirlandata, andò al cospetto di Zeus.
Zeus, le fece dono di un cofanetto; le disse di custodirlo senza mai aprirlo, per nessun motivo ( e qui si pensa a Eva... anche lei non doveva cogliere il frutto dell'albero del Bene e del Male per nessun motivo, ma...)
e le propone di sposare Epimeteo, fratello di Prometeo. Costui non era saggio come il fratello e fu lusingato di sposare la donna scelta per lui da Zeus.Per diverso tempo i due vissero felici ( proprio come Adamo ed Eva nell'Eden ) ma un giorno Pandora, stanca e annoiata, mentre Epimeteo dormiva, sopraffatta dalla curiosità e certa di trovare chissà quali ricchezze, aprì il cofanetto.
Subito, si sprigionarono tutti mali che da allora affliggono l'umanità spargendosi ovunque.
Pandora disperata cercò di richiudere subito il cofanetto ma era tardi. Zeus aveva compiuto la vendetta ( come Lucifero, che sotto forma di serpente tenta Eva..)
La sola cosa che Pandora riuscì a rinchiudere nello scrigno fu la speranza: grazie a questo l'umanità riesce da allora, ad andare avanti sopravvivendo a dolori, malattie e ogni sorta di avversità.
Questo episodio mitologico conclude quella che i poeti definirono "'Età dell'Oro". E comunque si può interpretare anche come una allegoria che ci spiega in modo favolistico il perchè l'uomo deve lottare tutti i giorni per tutta la sua esistenza contro ogni tipo di avversità, consapevole che tuttavia può contare sulla speranza che secondo me non deve mai abbandonarci.
Immagini:
Kylix laconica con Prometeo e Atlante; è una coppa fabbricata a Sparta, attribuita al pittore di Archesilas II.
Cerveteri 560-550. a.C. Musei Vaticani.
"Pandora" di John William Waterhouse.
"Adamo ed eva"(particolare) di Peter Paul Rubens.
giovedì 11 dicembre 2008
NATIVITA'

"Natività Paumgartner" di Albrecht Durer- 1502/1503- conservata nell'Alte Pinakothek di Monaco.
Il trittico, noto come "Altare Paumgartner", fu commissionato dai figli di Martin Paumgartner, per la chiesa di Santa Katharina, in memoria del padre morto nel 1478.
Nella tavola centrale, ai due lati in basso è raffigurata la famiglia dei committenti: a sinistra il padre con i due figli,Luca e Stefano; l'uomo con la barba è il secondo marito della vedova Paumgartner, Hans Schonbach. A destra la madre dei committenti, Barbara Volckamer con le due figlie Maria e Barbara.
Nelle tavole laterali i due committenti tornano nelle vesti di S.Giorgio( Stefano ) e di S.Eustachio (Luca ).
Nel dipinto c'è da notare , dal punto di vista simbolico, l'asino e il bue.
C'è un verso di Isaia che recita" Il bue conosce il proprietario e l'asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende" : da queste parole i teologi hanno dedotto che l'asino della Natività viene usato come simbolo dell'ebraismo e viene contrapposto al bue, simbolo del paganesimo.
Nella simbologia comunque, l'asino si presta ad interpretazioni contrastanti:può indicare umiltà, docilità, semplicità ma, a causa della sua proverbiale caparbietà , può anche assumere significati negativi divenendo simbolo di accidia, arroganza, stupidità e lussuria.
Quando è raffigurato in ginocchio di fronte ad un calice, è attributo di Sant'Antonio da Padova.
L'asino è spesso raffigurato insieme a Sileno che, ubriaco, a stento si regge sul dorso dell'animale.
Nel mito del re Mida, assume un carattere negativo: infatti, Apollo, per punire l'impudenza del re che, durante una gara tra il dio e Pan, si era espresso favorevole a Pan, gli fa crescere le orecchie d'asino.
Il bue, principalmente appare come animale da soma, da fatica.
Un tempo era considerato un animale sacrificale, in sostituzione dell'agnello, quindi a simbolo del sacrificio di Gesù.
Nel Medioevo, è associato all'allegoria della Pazienza.
Nell'iconografia della Natività, il bue, vicino all'asino, può rappresentare il Nuovo Testamento contrapposto all'Antico Testamento rappresentato dall'asino.
Il bue è anche attributo di Sant'Agostino, che da giovane era detto"bue silenzioso", e di Santa Lucia, che fu legata ad un tiro di buoi.
In questo dipinto c'è da notare inoltre l'Angelo in cielo: l'Angelo,simbolo del messaggio divino, vuol indicare che dall'alto giunge l'annuncio della nascita di Cristo a tutti gli uomini.
Maria ci appare inginocchiata: immagine che si è andata definendo nel Rinascimento, cioè da quando l'Adorazione del Bambino Gesù diventa motivo dominante nell'iconografia della Natività.
Giuseppe è raffigurato sempre inginocchiato, ma ha anche le sembianze di un uomo anziano: e questo mette in evidenza la paternità divina di Cristo.
Il trittico, noto come "Altare Paumgartner", fu commissionato dai figli di Martin Paumgartner, per la chiesa di Santa Katharina, in memoria del padre morto nel 1478.
Nella tavola centrale, ai due lati in basso è raffigurata la famiglia dei committenti: a sinistra il padre con i due figli,Luca e Stefano; l'uomo con la barba è il secondo marito della vedova Paumgartner, Hans Schonbach. A destra la madre dei committenti, Barbara Volckamer con le due figlie Maria e Barbara.
Nelle tavole laterali i due committenti tornano nelle vesti di S.Giorgio( Stefano ) e di S.Eustachio (Luca ).
Nel dipinto c'è da notare , dal punto di vista simbolico, l'asino e il bue.
C'è un verso di Isaia che recita" Il bue conosce il proprietario e l'asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende" : da queste parole i teologi hanno dedotto che l'asino della Natività viene usato come simbolo dell'ebraismo e viene contrapposto al bue, simbolo del paganesimo.
Nella simbologia comunque, l'asino si presta ad interpretazioni contrastanti:può indicare umiltà, docilità, semplicità ma, a causa della sua proverbiale caparbietà , può anche assumere significati negativi divenendo simbolo di accidia, arroganza, stupidità e lussuria.
Quando è raffigurato in ginocchio di fronte ad un calice, è attributo di Sant'Antonio da Padova.
L'asino è spesso raffigurato insieme a Sileno che, ubriaco, a stento si regge sul dorso dell'animale.
Nel mito del re Mida, assume un carattere negativo: infatti, Apollo, per punire l'impudenza del re che, durante una gara tra il dio e Pan, si era espresso favorevole a Pan, gli fa crescere le orecchie d'asino.
Il bue, principalmente appare come animale da soma, da fatica.
Un tempo era considerato un animale sacrificale, in sostituzione dell'agnello, quindi a simbolo del sacrificio di Gesù.
Nel Medioevo, è associato all'allegoria della Pazienza.
Nell'iconografia della Natività, il bue, vicino all'asino, può rappresentare il Nuovo Testamento contrapposto all'Antico Testamento rappresentato dall'asino.
Il bue è anche attributo di Sant'Agostino, che da giovane era detto"bue silenzioso", e di Santa Lucia, che fu legata ad un tiro di buoi.
In questo dipinto c'è da notare inoltre l'Angelo in cielo: l'Angelo,simbolo del messaggio divino, vuol indicare che dall'alto giunge l'annuncio della nascita di Cristo a tutti gli uomini.
Maria ci appare inginocchiata: immagine che si è andata definendo nel Rinascimento, cioè da quando l'Adorazione del Bambino Gesù diventa motivo dominante nell'iconografia della Natività.
Giuseppe è raffigurato sempre inginocchiato, ma ha anche le sembianze di un uomo anziano: e questo mette in evidenza la paternità divina di Cristo.
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lunedì 1 dicembre 2008
IL MITO DI PROSERPINA

Mitologia:dice Sallustio ( 86-34 a.C. ) "Queste cose non avvennero mai, ma sono sempre"
Il mondo mitologico è molto affascinante e suggestivo, con i suoi eroi divini e insieme umani , forti, invincibili o deboli come le creature più comuni.
Nel post precedente ho citato Proserpina: il suo mito vuole essere la spiegazione dell'alternarsi delle stagioni.
La leggenda narra che Cerere (per i greci Demetra) figlia di Crono e Rea, quindi sorella di Giove, generò dall'unione con Giove, Proserpina ( dal greco Persefone o Core= fanciulla) e, con lei viveva tranquillamente in Sicilia. Proserpina divenne una bellissima fanciulla.
Un giorno, mentre stava cogliendo fiori presso il monte Aleso, fu notata da Plutone ( Ades ) dio dell'Inferi, che se ne innamorò e la rapì conducendola nel suo regno infernale.
Demetra non vedendo tornare la figlia si disperò e iniziò a cercarla ovunque.
Tale ricerca durò per anni. Un giorno la dea giunse ad Eleusi, una piccola città nei pressi di Atene e decise di riposarsi per un po': travestita da vecchia si presentò al re Celeo. La regina, Metanira, aveva bisogno di una nutrice per il figlioletto Demofoonte:così Demetra accettò di svolgere le mansioni di nutrice, convinta anche che, occuparsi di un bambino, le avrebbe attutito il dolore della perdita della sua unica figlia. Fu ad Eleusi che la dea ebbe notizie di Proserpina: un pastorello aveva assistito alla scomparizione della fanciulla; disse che un uomo alto che guidava un carro d'oro tirato da cavalli neri, l'aveva afferrata ed era scomparso con lei in una voragine che si era aperta sul lato di una montagna.
Cerere, felice di sapere che la figlia era ancora viva, si adirò per l'inganno subito, inganno perpetrato da Plutone e, probabilmente con il consenso di Giove.
Allora lasciò Eleusi e riprese il suo vagabondare per il mondo rifiutandosi di rendere fruttuosa la terra.
L'umanità, per tutto il girovagare di Cerere, patì la mancanza di cibo e anche gli dei non ricevevano più i sacrifici e i doni usuali.
Così intervenne Giove: inviò Mercurio da Plutone per chiedere che Proserpina fosse liberata.
Il re degli inferi accettò solo a condizione che la fanciulla non avesse mai toccato cibo in tutto il periodo della sua permanenza.
Proserpina affermò che, sapendo che il cibo offertole ogni giorno era quello dei morti, dall'amaro sapore di cenere, lo aveva sempre rifiutato: così Mercurio la portò via da lì e la ricondusse alla madre .
Non appena Cerere poté riabbracciare la figlia, il mondo rinacque: l'inverno scomparve e lasciò posto alla primavera.
Nel frattempo Plutone venne a sapere dal demone Ascalafo che in realtà Proserpina, di nascosto, aveva mangiato alcuni chicchi di melagrana: infuriato pretese l'immediato ritorno di Proserpina.
Avendo Cerere minacciato che, se la figlia le fosse stata di nuovo tolta, avrebbe reso la terra sterile, Giove giunse ad un compromesso: Proserpina per nove mesi sarebbe stata con la madre e per gli altri tre al fianco del suo sposo.
Cerere non si arrese del tutto: quando la figlia scendeva agli inferi, gli alberi si spogliavano e tutta la terra diveniva brulla e fredda; al suo ritorno sulla terra era di nuovo tutto un germogliare e un tripudio di colori .
Così dunque, nei tempi antichi, gli uomini spiegavano l'alternanza delle stagioni.
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Il ratto di Proserpina di Gianlorenzo Bernini - Galleria Borghese - Roma
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